Codice del Terzo settore: Raccolta fondi

L’art.7 del CTS al primo comma specifica che per raccolta fondi si intende il complesso delle attività e
iniziative poste in essere da un Ente del Terzo settore al fine di finanziare le proprie attività di interesse
generale, anche attraverso la richiesta a terzi di lasciti, donazioni e contributi di natura non corrispettiva.
L’attività di raccolta fondi è storicamente de-commercializzata in base alle specifiche previsioni del TUIR
(art.143) e trova ora nell’art. 7 del CTS una sua definizione specifica. Viene riconosciuto che gli Enti del
Terzo settore possano svolgere attività specifiche di raccolta fondi finalizzate a finanziare le proprie attività di
interesse generale.
Nel secondo comma l’art.7 specifica che gli enti del terzo settore possono realizzare attività di raccolta fondi
anche in forma organizzata e continuativa, anche mediante sollecitazioni al pubblico o attraverso la cessione
o erogazione di beni o servizi di modico valore, impiegando risorse proprie e di terzi, inclusi volontari e
dipendenti, nel rispetto dei principi di verità, trasparenza e correttezza nei rapporti con i sostenitori e il
pubblico, in conformità a linee guida adottate con decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Tassazione
La raccolta fondi costituisce da sempre una delle fonti di finanziamento principali degli enti del terzo settore.
In questo senso la norma fiscale esistente (art.143 del TUIR) mira a incentivare tale forma di finanziamento
sottraendo dall’imposizione diretta “…i fondi pervenuti a seguito di raccolte pubbliche effettuate
occasionalmente”.
Il requisito dell’occasionalità dell’iniziativa richiesto dalla norma fiscale attualmente in vigore pare essere
superato dal decreto che esplicitamente dichiara la possibilità di organizzare attività di raccolta fondi anche il
forma organizzata e continuativa.
In linea generale, i fondi pervenuti mediante raccolta fondi nemmeno in futuro dovrebbero avere natura di
corrispettivi, ovvero di prestazioni che potrebbero essere qualificate come di tipo commerciale dalla norma
fiscale. Mentre, le erogazioni liberali agli enti non commerciali, i contributi pubblici o privati a fondo perduto
continueranno, se destinati all’attività istituzionale, a essere detassati.
Rendicontazione
La norma attuale stabilisce l’obbligo di redigere apposito rendiconto, da effettuarsi entro quatto mesi dalla
chiusura dell’esercizio sociale in apposito rendiconto separato e ulteriore rispetto a quello economico
finanziario complessivo.
In tale documento viene richiesto di riportare in modo chiaro e trasparente:

  • tutte le entrate e le spese riguardanti la specifica iniziativa rendicontata;
  • allegare la documentazione attestante i singoli versamenti;
  • il dettaglio dei singoli progetti ai quali sono state destinate le somme raccolte.

L’obbligo del rendiconto prescinde dal fatto che l’Ente svolga o meno attività di tipo commerciale.
Allo stato attuale non è chiaro se tale obbligo resterà in vigore nella nuova regolamentazione, risulta evidente
che nel caso tali attività di raccolta fondi venissero effettuate in via continuativa e tale obbligo sussistesse le
problematiche che ne deriverebbero sarebbero notevoli.
La documentazione va in ogni caso conservata ai fini fiscali fino a quando non sia divenuto definitivo il termine
per l’accertamento relativo al periodo di imposta considerato.
Si ricorda come l’Agenzia delle Entrate abbia già precisato come i costi sostenuti nelle attività di raccolta fondi
debbano essere contenuti entro limiti ragionevoli in modo da assicurare un residuo congruo da destinare
all’attività solidaristica (Circolare 59/20017).
Resta inoltre necessario tener sempre presenti tutti gli obblighi di natura amministrativa correlati alle attività
in esame (autorizzazioni Comunali, adempimenti SIAE).

di Chinellato Giovanna

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